Equity Crowdfunding per accelerare la crescita delle PMI italiane

Equity Crowdfunding per accelerare crescita PMI

Le PMI italiane hanno difficoltà a finanziare la propria crescita. Da un lato, il debito è sempre meno accessibile a causa del “credit crunch”, cioè dalle difficoltà delle banche ad erogare prestiti. Queste difficoltà, a loro volta, derivano dall’elevato tasso di sofferenza e dalle conseguenti restrizioni che regolamenti interni, italiani ed europei stanno progressivamente mettendo alla valutazione del merito creditizio.

Dall’altro lato, il finanziamento con capitale di rischio, “equity”, è storicamente e culturalmente lontano dall’attitudine del piccolo imprenditore italiano che vede spesso la partecipazione al capitale della propria impresa di soci terzi finanziatori come un potenziale limite alla propria libertà d’azione in azienda. Ma, anche considerando il superamento di tali limiti culturali, l’eco sistema italiano non ha mai offerto alternative facilmente accessibili dalle imprese. I fondi di private equity investono in società molto consolidate e, tipicamente, “grandi” (sopra i 50 milioni di fatturato). I fondi di venture capital italiani sono pochissimi (meno di 10) e tendono a investire soprattutto in giovani aziende orientate alla tecnologia. La quotazione in Borsa, al suo livello più basso, cioè AIM, è stata riformata e resa più accessibile solo recentemente grazie all’acquisizione di Borsa Italiana da parte del London Stock Exchange. Nonostante ciò, ad oggi, sono meno di 100 le società quotate su questo mercato.

Il risultato indotto è la sotto-capitalizzazione endemica delle PMI italiane, abituate a finanziare la propria crescita esclusivamente con il debito e, solo recentemente, grazie agli sgravi fiscali, con la patrimonializzazione degli utili.

Oltretutto, il problema non sembra risiedere nella scarsa disponibilità ad investire da parte dei risparmiatori italiani: secondo uno studio di Consob del 2016, il 19% degli Italiani sarebbe ben disposto a investire on line in PMI se ce ne fosse la possibilità e con adeguate informazioni.

Il crowdfunding, dall’inglese crowd (folla) e funding (finanziare) è una possibile soluzione: consente a chiunque di investire, anche piccole somme, a fronte di quote del capitale (equity crowdfunding) o di quote di un prestito (lending crowdfunding) offerte da PMI.

In Europa, tali forme di raccolta sono già molto sviluppate, tanto che nel 2015 erano stati erogati 5,4 miliardi di euro, di cui 3,4 nella sola UK. Considerando il trend degli anni 2013-2015, si stima che nel 2017 tale importo possa essere quasi triplicato, considerando anche che nel 2015 l’Europa continentale era in fase iniziale.

In Italia l’equity crowdfunding si sta rapidamente affermando, in particolare a partire dalla seconda metà del 2016.

Il crowdfunding nella sua accezione più nota è riferito alle forme del “donation” e del “reward”.

Il donation crowdfunding si riferisce alle donazioni. E’ dunque una forma perfettamente adatta alle raccolte di beneficienza, laddove la motivazione principale non consiste nell’ottenere qualcosa in cambio, ma, semplicemente, nel contribuire alla causa che sta a cuore del donatore.

Il reward crowdfunding è la forma più nota, grazie soprattutto a piattaforme internazionali come Kickstarter e Indiegogo. Anche qui si tratta di donazioni, come nel donation crowdfunding. Le campagne hanno per oggetto qualsiasi tipo di iniziativa: prodotti (non necessariamente high tech), libri, film, eventi, progetti… e hanno obiettivi di raccolta che possono spaziare da qualche migliaio di euro a diverse decine di migliaia. Chi investe riceve in cambio un “premio” (reward), proporzionato all’importo che ha deciso di investire, p.es. il prodotto stesso, quando verrà realizzato. Per l’organizzazione o il progettista che raccoglie i fondi, i vantaggi di utilizzare una piattaforma sono principalmente l’allargamento dell’audience potenziale e la semplificazione nella gestione delle donazioni.

Con l’Equity Crowfunding le PMI residenti in Italia possono offrire al pubblico quote del proprio capitale, pubblicando su piattaforme autorizzate e vigilate da Consob un aumento di capitale (campagna di raccolta fondi) deliberato con la finalità di finanziare la crescita dell’impresa. Chiunque può investire anche importi minimi (p. es. €250) e diventare così socio dell’impresa. E’ importante notare che, in deroga all’art. 2468 del codice civile, le Srl e non solo le Spa, possono offrire al pubblico quote del proprio capitale e, soprattutto, differenziare a piacere i diritti associati alle quote. In tal modo, si può per esempio stabilire che chi sottoscrive le quote durante una campagna di equity crowdfunding non abbia diritto di voto, ma solo patrimoniali, evitando così alla piccola impresa di dover gestire assemblee con decine o centinaia di piccoli soci.

Inoltre, è da sottolineare che la valenza dell’equity crowdfunding non risiede soltanto nella possibilità di raccogliere fondi, ma anche in un’ulteriore serie di valenze collaterali che possono e devono essere prese in attenta considerazione da parte dell’imprenditore che si approccia a questo strumento. In particolare:

  • Marketing: lanciare una campagna di equity crowdfunding che dura almeno 40-60 giorni significa anche comunicarla alla stampa. Il che significa anche comunicare il proprio prodotto o servizio nonché il proprio brand, rafforzando il messaggio.
  • Capitalizzazione: una campagna di equity crowdfunding consente di aumentare il capitale sociale e quindi i mezzi propri, frammentando gli investitori. Si evita così (grazie alla possibilità di differenziare i diritti associati alle quote) di portare in azienda soci “ingombranti” come fondi, banche o, comunque, soci con elevate quote di minoranza. La conseguenza di una maggiore capitalizzazione consiste soprattutto nella possibilità di fare leva su di essa per aumentare la capacità di accesso al credito.
  • Quotazione. Grazie all’apertura dell’equity crowdfunding a tutte le PMI, anche le imprese che operano nei settori più tradizionali dell’economia italiana possono iniziare a sperimentare l’apertura a capitali esterni. Per le PMI già consolidate, questo può rappresentare un primo passo, una sorta di “palestra”, per compierne uno ancora più rilevante: la quotazione all’AIM.